NUSEIRAT (STRISCIA DI GAZA). A Gaza sorge il sole. È un nuovo giorno. Il cortile dell’Al-Awda Hospital nel campo di Al-Nuseirat, a Sud di Gaza City, tra Al-Bureij Camp e la città di Deir al-Balah, si estende lungo Salah al-Din Street, la strada principale che attraversa la Striscia di Gaza. L’ospedale non è più un luogo di cura: è diventato teatro di dolore e di lutto collettivo. Da ogni angolo risuonano grida: i civili feriti gemono in agonia, le donne urlano davanti ai corpi senza vita dei loro figli all’obitorio, voci ansiose chiamano ad alta voce i nomi dei cari scomparsi in un episodio di brusca violenza. Un giovane rassicura al telefono la madre sulle condizioni del fratello, la cui ferita non ha raggiunto la colonna vertebrale. Un altro singhiozza mentre cerca il fratello disperso: era andato a prendere semplicemente un sacco di farina al checkpoint di Deir al-Balach e non è mai tornato. Poco lontano, un uomo leggermente ferito è stato portato dal pronto soccorso a un tuk-tuk per rientrare a casa. Lì accanto, un altro tuk-tuk ha appena scaricato di corsa all’ospedale un ferito in arrivo da Al-Mazra Street. Un signore si sta mordendo le mani in preda alla disperazione accanto al cadavere del fratello. «Perché è andato a Salah al-Din Street?». Una donna sulla cinquantina abbraccia forte le due figlie all’ingresso dell’ospedale, consolandole per la perdita del fratello con parole difficili: «Era il suo destino». Di fronte all’obitorio, un giovane sulla trentina chiama i suoi fratelli, cercando di identificare il corpo di uno di loro tra tre cadaveri sfigurati.
“Non sappiamo più come salvarli”: una notte in ospedale a Gaza tra dolore e disperazione
In corsia all’Al-Awda di Nuseirat decine di feriti, pozze di sangue, medici esausti, donne che partoriscono. E ieri altri 62 morti nei raid di Israele









