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Venerdì in Giappone è stata eseguita la condanna a morte per impiccagione di Takahiro Shiraishi. Era soprannominato dai giornali giapponesi “il killer di Twitter” per aver ucciso e fatto a pezzi nove persone, otto delle quali conosciute e adescate sul social network (una, la prima, l’aveva conosciuta in un parco). Tra l’agosto e l’ottobre del 2017 Shiraishi aveva contattato alcune persone che avevano espresso pensieri suicidi su Internet e le aveva attirate nel suo appartamento a Zama – una cinquantina di chilometri a sud di Tokyo – con il pretesto di aiutarle a morire.

Della storia del “killer di Twitter” si discusse molto in Giappone. Tra le altre cose, portò Twitter (che oggi si chiama X) ad aggiornare le sue regole d’utilizzo vietando agli utenti di «promuovere o incoraggiare il suicidio o l’autolesionismo».

Takahiro Shiraishi aveva 34 anni ed era stato arrestato nell’ottobre del 2017, dopo che nel piccolo appartamento dove viveva da pochi mesi erano state trovate due teste umane e pezzi di cadaveri in stato di decomposizione, conservati in vari contenitori refrigerati o dentro delle scatole: i cadaveri appartenevano a otto donne e a un uomo, tra i 15 e i 26 anni, che Shiraishi aveva drogato, violentato, strangolato e fatto a pezzi. Shiraishi era stato incriminato nel settembre del 2018 e due anni più tardi condannato a morte.