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Gli piacciono da matti le coccole della sinistra: infatti lo illudono di avere ragione
Dopo la rabbia, le dichiarazioni incendiarie, l'indignazione e le "vendettine" personali, vale la pena esaminare cosa è rimasto sul campo di battaglia. Una settimana fa circa, il Giornale ha pubblicato un articolo per cercare di capire dove intendesse andare Gianfranco Fini con le sue brusche deviazioni dalla linea della maggioranza, ben note ai lettori. Nei giorni successivi, mentre gli elettori del centrodestra hanno mostrato di condividere le nostre analisi, nel Palazzo si sono registrati disorientamento, sorpresa e fastidio: come mai Feltri ha attaccato il presidente della Camera?
L'avrà fatto su commissione del premier, ha detto qualcuno, molti. Poi è arrivata la solidarietà di Berlusconi a Fini, e allora altri hanno chiesto le mie dimissioni. Insomma, la solita storia. A parte questa premessa utile per inquadrare la vicenda, ecco le conseguenze dell'"incidente". Primo. Il Signor Dissidente non è stato zitto. Anzi, ha parlato troppo e forse, senza volerlo, ha confermato che il problema c'è e non è marginale. Ha ribadito le critiche al governo e al suo capo, la sua contrarietà alla politica sull'immigrazione, alle posizioni della Lega in proposito, alle leggi sulle questioni etiche; e si è espresso negativamente sull'organizzazione del Pdl in cui il Cavaliere avrebbe assunto - per dirla in modo brutale - il ruolo del dittatore. L'unico punto negato da Fini è stato quello relativo all'ambizione di diventare capo dello Stato; è naturale, se egli avesse confessato di aspirare al Colle, si sarebbe portato la pistola alla tempia.






