A metà tra impegno e leggerezza, sull’asse che incrocia rigore e popolarità, qui, Giancarlo De Cataldo, vigila alla solita, sorniona maniera. É il suo modo di guadagnare una pausa tra un libro e un altro, una presentazione e un editoriale, prima di tuffarsi nuovamente in una suggestione, una similitudine riepilogativa, una nuova storia. Oggi vive in Prati, dopo un ventennio («22 anni» precisa) trascorso a Porta Portese. Nel quartiere prigioniero dei flussi religiosi ma prossimo a chiese, obelischi, marmi e terrazze del centro, il magistrato-scrittore osserva il passato e commenta il presente. Così, mentre esce il suo ultimo libro — «Un cadavere in cucina» Einaudi Stile Libero — riflette su complessità e contrasti romani, con uno sguardo all’eterno doppio fondo della Capitale e forse al suo intramontabile fascino criminale.