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Siamo dentro una notte d’inverno dove il narratore è doppio. Da una parte l’uomo, con il suo disordine, i suoi ricordi, le sue ossessioni. Dall’altra una macchina che non dimentica nulla

C’era una volta la pagina bianca. Un vuoto che chiamava la voce umana, la penna, la macchina da scrivere, il ticchettio del pensiero che prende forma. C’era il silenzio prima della storia, il tempo sospeso in cui lo scrittore ascoltava il mondo per dargli un ordine, un senso, una ferita. Oggi quella pagina non è più bianca: lampeggia. Attende un prompt. La chiave non è l’ispirazione, ma l’istruzione. E chi scrive non è più solo. È entrato in scena l’algoritmo.

Siamo dentro una notte d’inverno dove il narratore è doppio. Da una parte l’uomo, con il suo disordine, i suoi ricordi, le sue ossessioni. Dall’altra una macchina che non dimentica nulla, che non sogna ma sa simulare il sogno. Il nuovo romanzo è scritto a quattro mani: due di carne, due di codice. Non si tratta di sostituzione, ma di alleanza ambigua. È come camminare in una foresta dove le fronde parlano la nostra lingua e i sentieri sono stati suggeriti da un’intelligenza che non ha mai visto un albero.