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23 GIUGNO 2025
Ultimo aggiornamento: 7:28
“Non ha nessuno. Ma noi non possiamo lasciarlo solo”. Dopo giorni di silenzio, una parte della città ha deciso di parlare. Lo fa con un appello – “Nostro figlio ha bisogno di noi” – promosso dal Garante regionale per le persone private della libertà e già firmato da 200 persone: avvocati, insegnanti, medici, cittadini, volontari, operatori sociali e politici bipartisan. Chiedono che le istituzioni si facciano carico delle spese per la riabilitazione fisica e psicologica del diciottenne seviziato nel carcere di Marassi: un percorso lungo e costoso, a partire dalla rimozione dei tatuaggi incisi sul volto. Insieme a questo, cure, protezione e un futuro. Oggi il ragazzo è ai domiciliari in una struttura protetta. Secondo fonti sanitarie e legali, è stato violentato, picchiato, legato, ustionato con olio bollente e marchiato con scritte oscene dai compagni di cella. Le sevizie sono durate almeno due giorni. È stato trovato in stato di trauma, il volto tatuato, il corpo pieno di segni. “In 20 anni non avevo mai visto nulla di simile”, ha detto il cappellano del carcere.
La notizia delle violenze si è diffusa tra i detenuti la sera del 3 giugno. Il giorno dopo, un centinaio di reclusi della seconda sezione ha dato vita a una protesta collettiva. Celle aperte, urla, detenuti sui tetti e sui camminamenti: una sollevazione per rompere il silenzio. Due agenti sono finiti in ospedale, altri due medicati sul posto. “È stata una reazione a qualcosa che perfino in carcere è stato percepito come troppo”, dice il garante Doriano Saracino: “Chi vive dentro quelle mura è abituato alla violenza. Ma qui si è superato un limite. Senza quella sollevazione, fuori nessuno avrebbe saputo nulla. Solo allora la verità è uscita”. Dopo la protesta, 13 detenuti sono stati trasferiti, 22 messi in isolamento. I quattro aggressori spostati in carceri fuori regione. Il ragazzo è stato ricoverato al San Martino. La sua avvocata è stata informata solo dopo l’agitazione che ha bucato il silenzio. “Nei giorni scorsi sono entrata in carcere come osservatrice di Antigone e ho trovato una situazione brutta, anche rispetto al brutto a cui siamo abituati” – racconta Alessandra Ballerini – “Celle da sei, bagni rotti accanto ai cucinini, un anziano di 86 anni, dializzati, disabili, molti con disturbi psichiatrici o dipendenze. Gente che avrebbe bisogno di cure, non di carcere, come ne avrebbe avuto quel ragazzo di 18 anni, al primo reato, accusato di aver cercato di rubare un giubbotto, viveva per strada. Una storia di sofferenza e abbandono”.







