All’aeroporto di Manchester, mentre aspetto un volo diretto a Venezia Marco Polo in ritardo di più di tre ore, mando un messaggio a Federico, una delle persone con cui preferisco lamentarmi o dire qualcosa di politicamente scorretto.
«Vai al matrimonio di Jeff Bezos?» mi chiede quando scopre la mia destinazione, e in quel momento realizzo che al matrimonio dell’anno manca meno di una settimana.
Per rimanere in tema di aeroporti, gli invitati arriveranno su circa 80 voli privati e bisognerà regolare il traffico aereo coordinandosi con gli scali di Treviso e Verona. I festeggiamenti dureranno tre giorni, e Bezos e Sanchez non hanno badato a spese: oltre alle location in cui avrà luogo la cerimonia – il catering sarà gestito da chef stellati internazionali, si vocifera verranno sparati fuochi d’artificio e che una o più popstar potrebbero tenere un dj set – la coppia multimiliardaria ha affittato l’intera isola di San Giorgio, i cinque alberghi più lussuosi, decine di taxi e addirittura i musei, per far sì che i loro ospiti possano accedervi senza essere disturbati dai turisti.
Un evento soprannaturale, godersi le calli e i sestieri di Venezia svuotati dai turisti; proprio lei, che di turismo ci mangia e di turismo ci muore. Per regolarne i flussi è stato istituito un biglietto d’ingresso, lo stesso principio di un parco divertimenti. Ma questo lo aveva già predetto a metà degli anni Ottanta Guido Ceronetti in «Albergo Italia»: «Tutti pagherebbero per avere accesso al luogo incantato (…) La gente paga perché a Venezia si gode, si gode, si gode». Gode chi viene e chi va, non chi ci vive, e ogni anno registra un calo progressivo di abitanti a causa dell’aumento degli affitti e del costo della vita, mancanza di servizi per i cittadini e il cappio al collo dell’overtourism.











