Ogni anno, il 21 giugno, mentre nel mondo milioni di persone celebrano il solstizio d’estate tra falò, feste popolari o semplici tramonti condivisi sui social, nella città di Yulin, nella regione autonoma cinese del Guangxi, si apre una finestra che ci mostra un lato oscuro della relazione tra esseri umani e animali. È il giorno di inizio del famigerato Festival della carne di cane, una manifestazione controversa che da più di un decennio fa il giro del mondo nelle fotografie shock che ritraggono cani e gatti stipati in gabbie, cucinati, scuoiati, venduti come merce.
Un rituale che oggi suscita indignazione quasi universale. E giustamente. Ma proprio in questo “giustamente” si annida il pericolo di un giudizio comodo, selettivo, in parte ipocrita. Sì, perché se da una parte gridiamo all’orrore di Yulin, dall’altra ci dimentichiamo che altrove, anche dove pensiamo che gli animali siano amati e rispettati, ogni giorno si consuma una strage silenziosa. Legale. E, quel che è peggio, spesso ignorata.
Ma partiamo da Yulin. Il festival, istituito nel 2009 da commercianti locali con lo scopo di “valorizzare le tradizioni culinarie” della zona, in realtà ha radici meno profonde di quanto si pensi. Non si tratta di una festa millenaria o di una celebrazione popolare condivisa da tutta la Cina. È un evento recente, costruito artificialmente sull’onda di un commercio tanto redditizio quanto crudele. Ogni anno, migliaia di cani e gatti vengono catturati, trasportati in condizioni disumane e uccisi per essere serviti come cibo.







