Fatica, fatica, e ancora fatica. Il New York Times ha persino contato quante volte ha pronunciato la parola «lavoro», ben 32 in meno di un’ora di conferenza stampa, quando arriva al Chelsea. Lo chiamano il martello, l’integralista, il sergente di ferro. Eppure, quando racconta di sé, Antonio Conte, con la figlia Vittoria che lo osserva poco distante, sembra un’altra cosa. Oltre la durezza c’è la sensibilità dell’uomo. Rigoroso, innanzitutto con sé stesso, («Sono cresciuto in strada a Lecce, e lì devi imparare a cavartela, ad affrontare le situazioni. I miei genitori mi hanno insegnato che se vuoi chiedere, prima devi dare»), lo sguardo, le parole rivelano l’essenza autentica di uno sportivo a cui il calcio ha dato tutto ma che non ha dimenticato il senso totale della vita. Piove a dirotto alla Pinetina, lui allena l’Inter. Non ha alcuna intenzione di fermare quella seduta però a un certo punto decide di mettersi a correre a fianco dei suoi ragazzi. «Perché nel nostro mestiere, ma non solo, conta l’esempio. Se chiedi il 100 per cento, devi essere disposto a dare il 110%. Solo allora diventi credibile».

Questo è il suo metodo, fatto di successi e di sconfitte, di gioie e di amarezze, di lavoro. Lo racconta nel libro Dare tutto, chiedere tutto che ha scritto con Mauro Berruto, con la collaborazione di Giulia Mancini (Mondadori): «Difficilmente quando una partita è finita e siamo in conferenza c’è il tempo di mostrare il nostro vero volto, la narrazione diventa esclusivamente sulla partita».