VENEZIA - «Provengo da un Paese bello ma non molto fortunato, nonostante questo la mia famiglia mi ha sempre insegnato che per sopravvivere si deve lottare e io l'ho sempre fatto...». Si raccontava così il giovane arrivato dalla Nigeria quand’era poco più che un bambino, da solo e in aereo con un visto per motivi di studio poi tramutato in un permesso di soggiorno, inseguendo il desiderio di diventare un campione di pallacanestro. Quel sogno sembrava essersi realizzato, con l’approdo in Serie A dopo la gavetta nei campionati inferiori, finché la carriera sportiva è stata interrotta da una diagnosi perentoria: una patologia renale con carattere di gravità e cronicità tali da comportare la dialisi per quattro volte alla settimana e, come unica possibilità di soluzione definitiva, il trapianto per il quale però sia a Padova che a Brescia «la lista d’attesa è molto lunga».

Parole tratte dalla sentenza con cui adesso il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di sua madre contro il ministero degli Esteri. Già, perché oltre alla lotta per la vita appresa fin da piccolo, il 22enne ha dovuto sobbarcarsi pure la guerra contro la burocrazia: quella che per oltre sei mesi ha impedito alla donna di raggiungere suo figlio in Veneto per verificare la possibilità clinica di donargli un rene.