Nel 2022 l’Italia ha vissuto l’anno più secco dal 1800. Nel 2023 le riserve nevose alpine si sono ridotte drasticamente. A febbraio 2024 l’equivalente idrico della neve era calato del 64% rispetto all’anno precedente. Intanto, i turisti crescono, le temperature salgono, e le infrastrutture idriche restano le stesse. È questo lo scenario – allarmante – che emerge dal nuovo report di S&P Global Ratings, pubblicato l’11 giugno, che mette a confronto Spagna e Italia e lancia un monito: servono investimenti immediati e strutturali nelle reti idriche, altrimenti saranno i bilanci pubblici e l’economia reale a pagare il prezzo più alto.

Il caso italiano è emblematico. A fronte di una disponibilità idrica ancora abbondante in alcune regioni, il Paese perde il 42% dell’acqua immessa in rete. Ma dietro questa media si cela una frattura profonda tra Nord e Sud. In Sardegna, Sicilia, Molise, Basilicata e Abruzzo le perdite superano il 50%, con punte oltre il 60%. Al Nord si scende sotto il 30%, con un’infrastruttura più moderna, maggiore capacità di investimento e gestioni più efficienti.

“Le soluzioni richiederanno investimenti infrastrutturali che potrebbero mettere sotto pressione i bilanci delle amministrazioni locali e regionali, aumentare il loro indebitamento e, alla lunga, indebolirne la solvibilità creditizia”, avverte Alejandro Rodriguez Anglada, credit analyst di S&P Global Ratings. “D’altra parte, non affrontare il problema della scarsità idrica potrebbe pesare sulle prospettive di crescita economica e erodere le basi imponibili delle stesse amministrazioni”.