Se escludiamo il boom del Politecnico di Milano, che recupera 13 posizioni in un anno e per la prima volta porta un ateneo italiano nella Top 100, l’edizione 2026 del QS World University Ranking offre la tradizionale fotografia in chiaroscuro del nostro sistema accademico. Con le sue 43 presenze su oltre 1.500 università censite dall’analista globale della formazione universitaria QS Quacquarelli Symonds, l’Italia è la seconda forza europea più presente in classifica dopo la Germania. Peccato che sono solo 17 le realtà che migliorano il loro posizionamento rispetto all’edizione precedente mentre altrettante lo peggiorano; otto rimangono invariate e spunta una new entry: Urbino che debutta che nella fascia 1201-1400.

Il quadro complessivo italiano

In totale le università italiane tra le prime 500 diventano 15 contro le 14 del 2025, grazie a Trento che dalla 506esima piazza sale alla 485esima. Il punteggio migliore, come detto, lo vanta il PoliMi. Alle sue spalle due mega-atenei: Roma Sapienza, che recupera quattro posti e diventa 128esima, e Bologna, che invece ne perde cinque e diventa 138esima. A seguire troviamo altre tre istituzioni nella top 300 (Padova al 233esimo posto, il Politecnico di Torino al 246esimo e Milano Statale al 272esimo), tre tra il 301esimo posto e il 400esimo (Pisa, Roma Tor Vergata e Napoli Federico II) e sei nella fascia 401-500 (Firenze, Torino, Cattolica, Pavia, Vita-Salute San Raffaele e Trento). Un quadro che fa dire a Nunzio Quacquarelli, fondatore e presidente di QS: per l’Italia «questa eccellenza rimane concentrata. La sfida è ora quella di scalarla a livello di sistema. In un momento in cui i salari reali rimangono al di sotto dei livelli dell’anno 2000, il prestigio accademico globale non è sufficiente. L’Italia deve trasformare le sue università in motori di crescita inclusiva, non solo in avamposti accademici».