"Seppure è un tema aperto e controverso, ritengo che la separazione delle carriere nella magistratura possa rappresentare un passo importante, persino doveroso, nella direzione di una maggiore terzietà del giudice. Non per sfiducia nei confronti della magistratura. Non per una deriva populista o vendicativa. Ma per un’idea di giustizia che non rinunci mai a dubitare di sé, che riconosca nella fragilità dell’imputato - spesso solo, spesso smarrito - una parte imprescindibile della democrazia".

Così Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, si esprime sul tema della giustizia in un intervento pubblicato stamattina dal Foglio. "Sono cresciuto in un ambiente dove la giustizia non era una parola astratta, ma una materia viva, discussa, appassionante. Mio padre era un avvocato repubblicano, molto vicino a Ugo La Malfa, che spesso veniva a casa nostra, insieme a Oronzo Reale e ad altre grandi figure democratiche. In quelle stanze si parlava di diritto e libertà, ma non come slogan: come destino delle persone - aggiunge -. Papà mi ripeteva spesso una frase che allora sembrava paradossale e oggi mi pare una lezione altissima di civiltà: 'Meglio dieci colpevoli fuori dalla galera che un innocente dentro'. Diceva anche che il potere giudiziario è sempre un potere, e come tutti i poteri ha bisogno di contrappesi, di cautele, di consapevolezza dei propri limiti. Il giudice, nel processo, rappresenta lo Stato. L’imputato è solo. La sproporzione di forza è immensa".