Sul Medio Oriente l'Unione Europea si avvia al corto circuito completo.

Per una ragione molto semplice, peraltro la solita: gli Stati membri hanno visioni opposte su che linea tenere con Israele (e in misura minore con gli Stati Uniti) e dunque vanno in ordine sparso, paralizzando Bruxelles. Davanti a Donald Trump che chiede "la resa incondizionata" dell'Iran l'Ue balbetta, ricordando che "il cambio di regime" non rientra nella posizione "concordata" tra i 27. Che dire poi delle parole del cancelliere tedesco Frederich Merz, secondo cui Israele sta facendo il "lavoro sporco" per conto dei suoi alleati? Un secco no comment.

La linea comune, frutto dei soliti compromessi, prevede l'appello alla "moderazione", il "ritorno" al tavolo negoziale dell'Iran per trovare un accordo sul nucleare (che c'era già ma è stato stracciato da Trump), la diplomazia come "unica strada", il diritto di Israele "alla propria sicurezza e alla difesa" nonché un invito "a entrambe le parti" a rispettare "il diritto internazionale". L'alto rappresentante Kaja Kallas si è a modo suo sbilanciata bollando come controproducente il possibile intervento degli Usa nel conflitto e che ora, per l'Europa, si potrebbe aprire "un ruolo nuovo". Passare dalle parole ai fatti è però molto difficile. La prima tappa utile è il prossimo lunedì, con il consiglio Affari Esteri, propedeutico al Consiglio Europeo di giovedì e, in misura minore, al summit della Nato all'Aja di mercoledì. L'aggravarsi del conflitto tra Israele e Iran aleggia sull'Europa, con lo spettro della discesa in campo degli Usa (magari senza neppure avvisare i partner) in uno di quei giorni.