A86 anni compiuti l'ayatollah Ali Khamenei ha senza dubbio le stimmate del sopravvissuto, dopo aver condiviso in gioventù la galera del regime dello Shah con compagni di cella comunisti, essere sfuggito agli albori della Rivoluzione Islamica a un attentato dinamitardo che gli ha lasciato segni permanenti sul corpo e aver sfidato per decenni Usa e Israele.
"Un martire in vita", negli osanna dei discepoli, che questa volta - tuttavia - potrebbe ritrovarsi con margini di tempo e di manovra ristretti per provare a predisporre le carte d'una successione sempre meno lontana.
L'attacco del "piccolo Satana sionista" - associato da una certa retorica al "grande Satana americano" del passato - lo ha costretto a trasferirsi in un bunker blindato nel sottosuolo di Teheran, con la famiglia e un nucleo di fedelissimi, stando a ipotesi e indiscrezioni mediatiche. Da dove continua a dettare la linea e ad arringare il popolo nella veste di Guida Suprema e arbitro ultimo dei destini della Repubblica Islamica; ma non senza delegare ormai parte della linea di comando. Come sembra confermare, ammesso che sia vero, il fresco trasferimento di alcuni suoi poteri esecutivi al Consiglio supremo dei Guardiani della Rivoluzione (i pasdaran).








