L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) conferma: gli ultimi bombardamenti israeliani stanno sortendo effetti decisivi, ovvero hanno prodotto «impatti diretti» sulle sezioni sotterranee dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, il sito più importante del programma nucleare iraniano. Le centrifughe sono state «gravemente danneggiate, se non addirittura distrutte del tutto» ha dichiarato il direttore generale Rafael Grossi, che ha chiarito come probabilmente il danno maggiore sia stato innescato dalla distruzione di una centrale elettrica in superficie. Contemporaneamente tuttavia la Cnn sostiene che Teheran non sarebbe stata poi così vicina alla bomba atomica. Citando fonti dell’intelligence Usa sostiene che prima di arrivare a un arricchimento sufficiente dell’uranio ci sarebbero voluti almeno tre anni.
Un’opinione certamente non condivisa dall’intelligence israeliana, che con quella statunitense lavora gomito a gomito e che ha di fatto fornito a Netanyahu la pistola fumante per l’intervento militare. E nemmeno dal comandante del Centcom (il comando unificato americano), il generale Erik Kurilla, che il 10 giugno scorso aveva avvertito che Teheran fosse ormai al 90% dell’arricchimento, un grado ormai quasi sufficiente per una testata atomica. Dove sta dunque la verità? Siamo di fronte a un altro “caso Iraq” - tanto che qualcuno sui social ha già messo a confronto la fotografie di Colin Powell con la fialetta di antrace e quella di Netanyahu con lo schema dell’arricchimento della bomba - oppure l’opportuno intervento israeliano ha evitato una catastrofe?













