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Se qualcuno pensava che l'Occidente fosse sul punto di tracollare e diventare terreno di facili conquiste, evidentemente si sbagliava e non di poco

La mattina del 24 febbraio 2022, Vladimir Putin iniziava l'invasione dell'Ucraina annunciata come «operazione speciale di polizia», che in pochissimo tempo avrebbe portato al raggiungimento degli obiettivi militari, di fatto la conquista di tutta o buona parte del Paese. Oltre tre anni dopo, l'Armata rossa - sulla carta uno degli eserciti più potenti del mondo - controlla solo il 18 per cento del territorio ucraino, dopo aver lasciato sul campo oltre centomila soldati tra morti e feriti. Zelensky è saldamente in sella e la guerra è ben lungi dal finire con una vittoria sul campo. Veniamo a quest'anno: nella notte tra il 13 e il 14 giugno Israele dichiara guerra all'Iran. Dopo quattro giorni già si parla di capitolazione del regime degli ayatollah, che sarebbe disposto a trattare le condizioni imposte dagli israeliani. Non dico che le due cose siano paragonabili, ma certo fa impressione constatare come una presunta grande potenza, la Russia, non riesca a piegare una nazione ben più piccola di lei, mentre il piccolissimo Stato di Israele sta mettendo in ginocchio in poche ore il gigante del Medio Oriente. Una cosa però accomuna le due drammatiche vicende: al fianco sia dell'Ucraina sia di Israele c'è compatto il blocco occidentale - America in testa -, che evidentemente può vantare ancora una superiorità militare e tecnologica, con la quale non è facile fare i conti per chicchessia. Se qualcuno pensava che l'Occidente fosse sul punto di tracollare e diventare terreno di facili conquiste, evidentemente si sbagliava e non di poco. Semmai si sta dimostrando l'inverso: il gigante era certo un po' addormentato ma non aveva i piedi di argilla e risvegliarlo non è stata una buona idea per chi lo ha fatto.