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Vittorio Feltri legge l'autobiografia del grande architetto e finisce per specchiarsi. Ecco perché...

Non mi era mai capitato di leggere una autobiografia in cui specchiarmi. Eppure tutto mi dovrebbe dividere da Massimiliano Fuksas. Alla rinfusa: il mestiere, lui è architetto (tra l'altro inserito in una categoria che lui odia e io pure: archistar, come il famoso doppio brodo); idee politiche, le sue sono rosse come il fuoco, è un innamorato sfacciato di Che Guevara, Fidel, Arafat; radici geografiche e ascendenze culturali, il padre è un ebreo lituano, la madre della buona borghesia romana. Ed ecco che il libro È stato un caso (Mondadori) me lo ha rivelato lontano da me in tutto tranne che nel nocciolo esistenziale che ci fa essere quello che siamo sotto la pelle delle relazioni sociali. Parlo di quelle due o tre cose, cioè, che danno un'impronta unica e personale alla esistenza. Non lo scrivo alla leggera, e neppure per collocarmi su un piedistallo alla pari di lui, che è un genio riconosciuto, costellando con sue costruzioni inconfondibili per potenza creativa città come Tokyo, Parigi, Roma, Baghdad e Milano...