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Due anni fa un tumore, ora la leucemia. E sui social era stato accusato di non voler giocare

Con la rabbia che abbiamo dentro buttiamo fuori dalla finestra i cattivi pensieri, restando in piedi davanti all'ospedale bolognese dove è stato ricoverato Achille Polonara che stasera avrebbe dovuto giocare con la sua Virtus la partita che a Brescia potrebbe dare a Bologna il 17° scudetto del basket.

Quando aspetti la neve delle vita soltanto i poeti vedono luci scintillanti. Sarà così anche per Achille che sul campo sapeva urlare la sua rabbia e farti urlare quando andava ad avvinghiare un rimbalzo o tentava, riuscendoci, un bel tiro. Urleremo per farci sentire dagli stessi che, scrivendo «cazzate» come ha ringhiato lui, insultavano il campione che il 6 giugno non aveva potuto andare in campo, insinuando che fosse una malattia inventata. Lo faremo con la stessa rabbia con cui il nostro campione, uno che alla Nazionale ha dato molto e che sognava di viaggiare verso il mondiale in Portorico, ha risposto a bestioline da tastiera che mettevano in dubbio la sua professionalità. Nel momento in cui i medici dovevano obbligarlo, ancora una volta dopo il tumore asportato al testicolo 2 anni fa, a fermarsi lui ha trovato ancora la forza per graffiare, come ha sempre fatto sul campo, nel suo lungo viaggio di grande giocatore di basket iniziato a Teramo nel 2008 con Capobianco, per stagioni irripetibili insieme all'allenatore che il destino ha portato proprio a Bologna in questi giorni visto che, come guida della azzurre, inizierà domani al Pala Dozza contro la Serbia, l'europeo, un maestro che in questo ragazzo di Ancona alto due metri e cinque centimetri, classe 1991, aveva visto lontano come racconta poi la sua storia vissuta a Varese, Reggio Emilia, Sassari, campione con valigia per trovare gloria all'estero, prima di ritrovare il suo mondo nella Bologna che ama davvero il basket e mai dovrebbe perdonare il pettegolezzo e l'insulto, l'infamia.