Marracash ha fatto il grande salto col suo tour negli stadi. Viviamo in un’epoca musicale in cui la corsa a riempire, o peggio ancora, a far sembrare sold out quelle strutture, è diventata una gara al massacro da cui pochi se non pochissimi ne escono illesi. Per arrivare a MarraStadi 25 (sette date da nord a sud) il rapper milanese ci ha messo circa 25 anni e 9 album pubblicati, senza contare le altre noiose metriche numeriche che già strozzano questa industria culturale sempre più normalizzata e volta solo al maggior numero di dischi di metallo pregiato da appendere nelle sedi delle etichette.
Un tour negli stadi non è un gioco. Se sbagli, ti fai male. Peggio ancora, possono farsi male in tanti. Fabio Rizzo, in arte Marracash, ha una carriera solida e granitica, col tempo è diventato sempre più cosciente di sé stesso e ha saputo prendersi i suoi tempi senza l’ansia da prestazione che la discografia impone. Insomma, ha studiato, è diventato un perfezionista, dettaglio dopo dettaglio. Conta molto più che una impennata pazzesca di successo e popolarità, il più delle volte senza solide basi. Basta molto poco a riatterrare senza paracadute e i danni possono essere considerevoli. Gli ultimi suoi spettacoli live erano stati già qualcosa di unico: da una parte i visual ultrareali e d’impatto del tour di Persona in cui alzava l’asticella, mentre dall’altra la voglia di grandezza e supremazia rap con fuochi d’artificio e una mega festa sul palco sotto il nome di Marrageddon.








