La leader Pd al "Pride" vietato da Orbán. Ipocrisia dei pro Pal su integralisti e gay

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C'è un solo problema per la sinistra che si batte per i diritti civili in Europa e nel mondo. E questo problema è la destra. La destra europea, quella ungherese in testa. Oltre a Israele, ovviamente.«L'amore non si cancella per legge». Con questo motto, la segretaria Pd Elly Schlein ha comunicato che intende presenziare alla manifestazione per i diritti «lgbt» che il 28 giugno dovrebbe celebrarsi a Budapest nonostante i divieti del primo ministro Victor Orban e la generale ostilità del suo governo nei confronti degli omosessuali e delle loro battaglie.La segretaria del Pd fa benissimo. E non sarà la sola, ad andare. Una folta delegazione di deputati italiani partirà alla volta dell'Ungheria e la stessa cosa faranno altri politici europei. Mossa comprensibile, se è vero che un bel gruppo di eurodeputati, maggioranza nell'Europarlamento (anche di Ppe e di Renew, oltre che della sinistra) ha condannato la decisione del governo ungherese di limitare il diritto di riunione per il «Budapest Pride».Eppure, basta così?Le piazze del «Pride» italiano ribollono di tensioni e contraddizioni, legate alle guerre. E in questo frangente - come non mai - la sinistra italiana, almeno, quella «ufficiale», mostra il suo carico di faziosità e pregiudizio ideologico.L'intolleranza esplosa alla manifestazione di Roma ha irritato e imbarazzato molti, anche fra gli storici partecipanti ai cortei per l'orgoglio e i diritti degli omosessuali.Le aggressioni verbali contro i militanti israeliani, una bandiera arcobaleno con la Stella di David spezzata. Quei gesti sono stati visti da molti come intollerabili riflessi antisemiti. Eppure generalmente tollerati, nel silenzio di partiti e leader.A Roma, il carro appartenente alla comunità ebraica, quello del «Keshet Europe», è stato aggredito verbalmente. Ad Ascoli -ne ha dato conto anche Gay.it - si è registrata un'aggressione vera e propria contro un militante «colpevole» solo di aver osato partecipare all'evento con la Stella di David colorata, cara agli ebrei «lgbt».Eppure, a giudicare da quanto si è visto in questi giorni, per una minoranza politicizzata pare che non esista altra emergenza, pare che non esista altra priorità, pare che non esista un altro nemico che non sia lo Stato ebraico. L'unica democrazia del Medio oriente, l'unico Paese che garantisce a tutti diritti civili e libertà sessuali, l'unico che ospita dei «Pride» consolidati e affollati, a Tel Aviv e non solo, con decine di migliaia di persone.A fare il paio con questa irriducibile e cieca ostilità per Israele - esibita a dire il vero da molti anni - si vede l'ostentata, cieca indifferenza con cui questa militanza politicizzata (non) guarda a ciò che avviene altrove.L'Iran è un Paese teocratico che punisce e perseguita (anche) gli omosessuali. Nella Gaza di Hamas, sezione locale dei Fratelli musulmani, i gay sono incriminati con pretesti, puniti, spesso uccisi o comunque costretti a vivere nell'ombra, se non cacciati, e non di rado trovano rifugio proprio in Israele.