L'operazione dell'esercito di Tel Aviv ha aperto ad alcuni interrogativi anche «tecnici», a cominciare da cosa significa «arricchire l'uranio». E se esiste un pericolo di dispersione di materiale nocivo. Ezio Previtali, direttore dei laboratori del Gran Sasso, risponde ai dubbi

Il consiglio d’amministrazione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), riunito a Vienna, giovedì ha approvato una risoluzione che denuncia le «numerose inadempienze» dell'Iran nel fornire risposte sulle attività nucleari in atto. La decisione ha fatto seguito al report che, per la prima volta, rivela come Teheran ha abbastanza uranio arricchito da poter realizzare ordigni atomici. L’attacco di venerdì di Israele ai siti nucleari iraniani, operazione che sta proseguendo nella giornata di sabato, ha aperto una serie di interrogativi anche «tecnici» che abbiamo rivolto a Ezio Previtali, docente di fisica nucleare all'università Bicocca di Milano e direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Previtali, cosa significa «arricchire l’uranio» e che differenza c’è tra applicazioni civili e militari?Iniziamo a fare una distinzione importante: l’uranio che si trova in natura è un materiale sostanzialmente innocuo, quello che serve per costruire bombe è l’isotopo 235, radioattivo ma presente in natura in una percentuale inferiore all’1, intorno allo 0,7%. Per essere utilizzato per applicazioni civili, l’uranio deve appunto essere arricchito – cioè devono essere aumentate le percentuali dell’isotopo 235 – a un po’ meno del 5%. Per arrivare a considerare applicazioni militari, bisogna andare oltre il 90%: una bomba deve avere una concentrazione che arrivi anche al 97-98%, quindi quasi puro.