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Massimo Sideri

Non ci sono solo gli algoritmi di massimizzazione delle probabilità alla base dell'AI generativa: Fabio Pammolli, di AI4Industry, spiega come stia cambiando anche l'idea stessa di industria grazie alle GPU

«Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e com’è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale». Voce fuori scena: «A chi lo dici!». «Chi fu?». Qualche secondo di attesa. Un quadratino lampeggia: «Io mi chiamo ChatGPT, sono un sistema che processa un linguaggio naturale. E tu?». «Io? (colpetto di tosse per rischiarare la voce). Mi chiamo Dante Alighieri e ho attraversato l’Inferno». «Dante Alighieri? Ah sì, mi hanno dato da leggere i tuoi libri. Sai, io ho letto tutto, da Omero a Fedez. Posso riscriverti. Vuoi un nuovo capitolo della tua Commedia? Una nuova bolgia? Altri peccati capitali? Un diavolaccio?». «Ma cosa dici! Io sono unico. Sono Dante». «Sì va bene, non ti scaldare. Unico. Sai… oggi c’è l’intelligenza artificiale. Tutto è replicabile. Essere unico non è più tanto di moda». «L’intelligenza artificiale? Che l’è? Cosa fai per campare?». «Cosa faccio... hum. (quadratino che lampeggia) Scrivo. Ascolto e scrivo». «Ma allora siamo colleghi! L’hai fatta la battaglia di Campaldino?». «No, ma ché... io in realtà non ho fatto nulla. Sono artificiale, te l’ho detto. Infatti un po’ mi annoio…». «E allora perché dici che anche per te è duro calle lo scender e lo salir per l’altrui scale?». «Perché lavoro per 500 milioni di capi che ogni giorno si svegliano e mi chiedono qualcosa». «Ma che ti chiedono?». «Mah... sciocchezze, non lo sanno nemmeno loro. Come ti chiami? Che fai? Quanto sei intelligente? Chi vincerà il campionato? E sì anche: scrivimi una commedia come quel Dante lì». «Ach. Allora non servo più... peggio di Guelfi e Ghibellini». «Ah, quelli li conosco anche io. Uno si chiama Google. L’altro Microsoft. Stanno sempre a litigare, anche su di me». «Va beh, ma prima di andare… a te ora dove ti piazzo? Inferno? Purgatorio?». «Ah no: io non c’ho vizi. T’ho detto che non posso fare nulla. Non ho peccati. C’ho solo un po’ di pregiudizi, ma quelli sono colpa degli uomini». «Allora non è cambiato proprio nulla. Ho fatto bene a metterli all’Inferno ’sti uomini. Quanto sa di sale lo pane altrui. Anche quando è artificiale». Quando è comparso ChatGPT questo dialogo immaginario tra Dante e l’Intelligenza artificiale che avevo pubblicato sul Corriere rappresentava bene la sensazione provata da tutti noi: le parole, l’ultima Fortezza Bastiani dell’essere umano, sono state attaccate. E noi siamo i Giovanni Drogo immaginati da Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari. Sempre per cercare di dare un senso al cambiamento in un altro articolo per il Corriere avevo coniato un neologismo accolto poi dalla Treccani: effetto AIcebo. Ecco perché.Cosa significa?L’avevo chiesto a ChatGPT. Risposta: “Il neologismo AIcebo sembra essere una fusione tra Ai (Artificial Intelligence) e placebo, indicando un effetto in cui la percezione dell’intervento di un’intelligenza artificiale potrebbe influenzare l’esperienza o le aspettative di una persona, anche se l’AI non sta avendo un impatto reale o specifico. Questo concetto potrebbe essere particolarmente rilevante in contesti in cui la sola presenza di AI è vista come un miglioramento o una garanzia di qualità, indipendentemente dai suoi effetti concreti. Il termine cattura bene l’idea di un impatto psicologico indotto dalla tecnologia, simile a come un placebo funziona in ambito medico”.Non avrei saputo spiegarlo meglio nemmeno io che l’ho pensato e coniato.A questo punto sorgono due domande:1) se LO spiega bene vuole dire che funziona? Sì, certo. Nessuno ha mai detto che non funziona l’AI generativa. Vuole dire che è intelligente? No, l’algoritmo ha “solo” massimizzato le probabilità di collegare le parole in maniera tale da renderle sensate. La letteratura sull’effetto placebo è sconfinata (sapevate che esiste anche il suo contrario, l’effetto nocebo*?), quella sull’Ai anche. Ha fatto molti 2+2. Ottimo lavoro, non c’è dubbio.2) Perché c’era bisogno di un neologismo? Non potevo per esempio parlare di tecnofobia? Qui si apre una discussione interessante: possiamo usare sempre gli stessi termini per raccontare l’evoluzione di un fenomeno negli anni, nei decenni, nei secoli?Quando c’è un cambio di paradigma anche in un percorso che può apparire lineare credo ci sia bisogno di parole nuove per farlo comprendere. Cosa intendo: la tecnofobia richiama l’Ottocento, il luddismo, il timore che le macchine possano sostituirsi all’uomo nel campo del lavoro. C’è anche questo, senza dubbio. Ma forse è minoritario rispetto a un altro tema: l’AI riguarda la mente. La mente richiama il subconscio, Sigmund Freud. Dunque forse l’uso di un effetto come il placebo che coinvolge in maniera più indiretta ma più profonda le nostre interazioni con la scienza e il nostro corpo spiegano maggiormente le sensazioni che stiamo provando, che sono contrastanti. Attrazione e repulsione insieme. Entusiasmo e timore allo stesso tempo. Ecco perché bisogna superare gli schemi dell'AI generativa per capire come le GPU stiano rimodulando l'industria un po' come le turbine fecero nella prima rivoluzione industriale.