Stiamo così bene insieme che non vediamo l’ora di separarci. La verità delle cose non sta esattamente in questo desiderio antifrastico, perché tutto il film poi si nutre di quella confusione che realtà e finzione amano spesso mettere in scena, ma certamente se quando ci si sposa nessuno sa dire se sarà per sempre, quando ci si lascia lo si fa per poter far andare meglio le cose, coma a un certo punto viene enunciato non solo come regola massima di vita. “Volveréis” è una commedia briosa e intelligente, anche se quasi malinconica nella sua capacità di sorridere alle difficoltà che ognuno di noi prova; e la dimostrazione più lampante di come questa sensazione si possa accompagnare a scelte e gesti che strappano più sorrisi che lacrime è che la separazione verrà sancita non da rottura plateale di oggetti e parole di fuoco, ma bensì da una festa. In realtà questa bizzarra idea non è né di Ale, né di Alex, i due sposi prossimi all’addio, ma del padre di lei, che opportunamente è un filosofo: il resto è tuttavia una serie di circostanze nelle quali marito e moglie preparano questo appuntamento in modo quasi idilliaco, aiutandosi a vicenda, senza traumi, organizzandolo come in effetti stessero per sposarsi, annunciandolo senza livore agli amici, parenti e al mondo intero. Insomma capite come siamo capitati dento un film che rovescia canoni e comportamenti, come paradigma di un’altra possibilità esistenziale. Autore prolifico, nonostante non sia ancora arrivato a 44 anni, lo spagnolo Jonás Trueba racconta la storia di una regista e di un attore che vivono insieme da 15 anni, intersecando la loro vita con quella del set, come a un certo punto si finisce dentro la lavorazione di “Dieci capodanni”, la bellissima serie di Rodrigo Sorogoyen, passata sugli schermi di Raiplay. Ha riferimenti cinematografici alti “Volveréis”: da Ingmar Bergman (i tarocchi…) a Jean Rouch, passando per Eric Rohmer, ma anche letterari, giocando sulla “ripetizione” così cara al danese Søren Kierkegaard, platealmente citato, ma soprattutto stimola costantemente l’attenzione in quell’entrare e uscire tra la scena e la vita, dove chi è interprete sul set lo è anche fuori, come tutto questo trovi una sua riflessione definitiva proprio nell’esatto contrario. A dare forza al film ci pensano poi i due protagonisti (Itsaso Arana e Vito Sainz), senza dimenticare l’apporto di Fernando Trueba, che di Jonás è il vero padre nella vita, oltre a essere il regista che nel 1993 vinse l’Oscar straniero con “Belle époque”. Ma è proprio la scrittura, la verbosità, che talvolta sembra eccedere, a dare al film quel ritmo sostenuto e attrattivo col quale arriva alla conclusione, quando la coppia rimane coppia anche senza esserlo ancora. Perché senza trascurare l’ironia, l’amore è una zona contradditoria dei nostri sentimenti. Voto: 7.