TEL AVIV. Nessuna musica, nessun corteo. Niente bandiere che sfilano sul lungomare. Il Pride 2025 di Tel Aviv è stato annullato, a poche ore dalla parata, per motivi di sicurezza. La decisione è arrivata dopo l’attacco israeliano ai siti nucleari in Iran, che ha aperto una nuova fase del conflitto, con il timore di ritorsioni imminenti. Ma le polemiche erano iniziate ben prima.
In una terra segnata dal 7 ottobre, dagli ostaggi ancora a Gaza, dai bombardamenti e dalla sofferenza civile, in molti — dentro e fuori Israele — avevano sollevato critiche al Pride, ritenendolo inopportuno. “No Pride with genocide”, “Pinkwashing”, “Diritti per alcuni, silenzio per altri”: sono gli slogan rilanciati da attivisti internazionali e da una parte del mondo arabo e progressista, che leggono la parata come uno strumento di propaganda per occultare la guerra in corso e le violazioni dei diritti umani a Gaza.
Anche in Israele il dibattito è stato acceso, tra chi rivendica il diritto alla visibilità anche in tempo di guerra, e chi ritiene che non si possa sfilare mentre — a pochi chilometri — si muore sotto le bombe. Che nessuna bandiera arcobaleno, insomma, possa coprire le macerie.
Ma se la manifestazione è stata annullata, la spinta al cambiamento è più viva che mai. E chi ogni anno marcia per i diritti, oggi si racconta con la voce, non con i passi.












