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Sui social i video degli incidenti sono cliccatissimi. Ma l’esempio di Matteo ci insegna ad avere rispetto per la velocità e la vita umana

Era la notte dell’11 agosto 1956 quando a Spring (New York) il pittore americano Jackson Pollock, ubriaco, si schiantò alla guida della sua Oldsmobile auto contro un albero; per l’inventore del «dripping» fu l’ultima notte folle di una vita all’insegna degli eccessi: aveva 44 anni, un’età sbagliata per uscire dalla vita, ma «giusta» per entrare nel mito.

Matteo Doretto, il campione di rally scomparso ieri in Polonia concludendo la sua corsa sul fusto implacabile di un platano, aveva meno della metà degli anni di Pollock ed era, nel suo campo (quello della guida rallystica), anche lui un «artista». Alimentazione salutista, ovviamente niente fumo o alcol e nessuna deroga al suo approccio professionale alle corse agonistiche. Non a caso la sua bacheca sportiva era già piena di trofei, tanti da poter fare già una mostra da campione. Matteo, con la sua fine alla James Dean del rally, non sarà mai dimenticato da chi gli voleva bene e da tutti quelli che lo ammiravano come pilota. Doretto, nonostante avesse scelto una specialità pericolosa (molto di più della F1) non era uno spericolato, ma un atleta razionale che sapeva dosare il piede sull’acceleratore: coraggioso sì, ma equilibrato. Mani sullo sterzo e testa sulle spalle. Però a certe velocità anche una pietra sulla strada o un dosso invisibile possono far saltare i calcoli. Probabilmente quello che è capitato a Matteo, sfortunato anche nel centrare uno dei pochi alberi sulla strada lungo il percorso alla periferia di Danzica. Per Doretto il rally era una cosa seria e con questo sport aveva, a dispetto della giovanissima età, un approccio maturo.