LOS ANGELES - La protesta ha tanti volti, come sempre. Qui a Los Angeles tanti dei manifestanti sono di origine ispanica, soprattutto messicana, sono scesi in strada perché si sentono feriti, minacciati e incompresi. Come l’adolescente, avvolta nella bandiera salvadoregna, che con l’altra mano sventolava la bandiera americana; lei e l’amica con lo zaino zebrato sono rimaste martedì fino alle 9 di sera, violando il coprifuoco, andando via solo quando la polizia ha sparato un colpo di avvertimento vicino al Centro di detenzione, che è l’epicentro delle proteste. C’è lo studente universitario sandersiano della sinistra non violenta, che studia a Washington ma è tornato qui a casa per protestare. Ci sono le pantere grigie di sinistra, qualche «pro-pal» con la bandiera palestinese. E ci sono gli agitatori.
Los Angeles, studenti, sacerdoti e agitatori: i mille volti della battaglia. E tra i migranti c’è chi dice: «Così si fa il gioco di Trump»
I manifestanti per strada, i gesti di solidarietà e le critiche dei residenti: «Quelli che tirano sassi alla polizia non mi rappresentano, per me non sono irregolari»











