NEW YORK. “Quando iniziano i saccheggi, iniziano gli spari”. Il giorno che Donald Trump ha pubblicato questa frase sul suo social Truth, sabato scorso, a Los Angeles gli sciacalli non erano entrati ancora in azione depredando negozi e contaminando la genuinità della protesta contro la stretta anti-immigrazione. Profetica quindi l’uscita dell’inquilino della Casa Bianca, o era semplicemente prevedibile che alcune frange si sarebbero approfittate della situazione per “arricchirsi”, così come accadde nel 2020 sull’onda delle proteste per la morte a Minneapolis del cittadino afroamericano George Floyd in seguito al violento arresto da parte dell’agente (bianco) Derek Chauvin e dei suoi tre colleghi.

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Prevedibile al punto che Trump ha riproposto, inconsapevolmente o no, una frase da lui stesso scritta su Twitter (prima di essere cacciato dalla piattaforma dopo i fatti del 6 gennaio 2021) quando si trovò a fronteggiare il movimento di protesta guidato da Black Lives Matter. Lo stesso che gli costò la rielezione. La frase usata dal presidente americano ha però ben altra genesi e risale al 1967, quando a coniarla fu l’allora capo della polizia di Miami, Walter Headley, in un periodo di crescenti tensioni razziali a livello nazionale e di lotta per i diritti civili dei neri. Si racconta che Headley volesse fare riferimento alle pericolose infiltrazioni che avrebbero potuto rendere il movimento di protesta un pericolo per la Sicurezza nazionale. Oggi, come nel 2020, il rischio di infiltrazioni e contaminazioni è più vivo che mai, puntano a sottolineare alcuni osservatori. Il fenomeno viene articolato su tre livelli. Il primo riguarda l’azione di frange estreme di Black Lives Matter, formazioni anarchiche o che gravitano sotto la sigla di Antifa. Il secondo riguarda la penetrazione di metri delle gang o prezzolati dei narcos messicani e non. Il terzo la congiunzione col movimento che perora la causa palestinese e contro la guerra a Gaza (Pro-Pal).