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La premier interviene agli Stati generali dei commercialisti. "Risultati contro l'evasione"

Sono Giorgia, sono una donna, sono una mamma, sono una cristiana. E ora sono pure una centrista, o almeno, diciamo, una moderata, come spiega lei stessa agli stati generali dei commercialisti, annunciando nell'entusiasmo generale il taglio dell'Irpef. «Il fisco deve aiutare e non opprimere, quindi serve un sistema più equo, chiaro e orientato al benessere delle famiglie. Ci concentreremo perciò sul ceto medio, che rappresenta la struttura portante del sistema produttivo e che avverte di più il peso del carico tributario». Basta torchi. «Il mondo delle professioni è una parte fondamentale di questa nazione». In platea scatta un'ovazione. Qualcuno addirittura si alza. Lei sorride. «No ragazzi, basta, così mi imbarazzate».

Rafforzata all'interno dal flop dei referendum, rilanciata in Europa dopo il vertice con Macron, la Meloni dovrà proprio sulle tasse mediare tra Lega e Forza Italia. Intanto si presenta a sorpresa alla Nuvola dell'Eur e mostra il suo profilo liberista. È la prima volta che un presidente del Consiglio partecipa a un'assemblea dei rappresentati del 120 mila commercialisti italiani, ma in sala battono le mani anche per quello che dice. «I professionisti sono insostituibili e voi svolgete un ruolo essenziale della macchina tributaria, il punto di connessione tra Stato e cittadini, tra l'amministrazione, le famiglie e le imprese». E racconta «gli sforzi» del governo. «Il fisco è il biglietto da visita della credibilità di un Paese, non deve soffocare la società ma aiutarla, non deve opprimere con regole astruse e un livello di tassazione che non corrisponde al livello dei servizi erogati». Il programma prevede tagli mirati per la fascia sopra i 50mila euro di reddito. Gelido Matteo Salvini: «Per la Lega la priorità è la pace fiscale con la rottamazione di milioni di cartelle esattoriali che bloccano l'economia». Tutto il contrario per Antonio Tajani. «Prima le aliquote, poi la rottamazione». Giancarlo Giorgetti frena sui tempi. «Il governo ha ancora due anni e mezzo». E Maurizio Leo, viceministro dell'Economia: «Dobbiamo trovare le risorse e agire con prudenza, un atteggiamento che ci ha premiato come dimostrano lo spread a 90 e i rating positivi degli istituti internazionali. Comunque la strada è segnata, lavoriamo per un'aliquota del 33 per cento per i redditi tra 28 e 60 mila euro».