L’Istat ha recentemente presentato l’annuale fotografia dell’Italia. Un fotogramma ha ritratto anche il fenomeno dei giovani che si spostano all’estero alla ricerca di opportunità. Nel ventennio 2003-2023 sono stati più di 1 milione i connazionali espatriati e di questi un terzo (352mila) aveva un’età compresa fra i 25 e i 34 anni: di questi, il 37,7% era in possesso di una laurea. Inoltre, l’istituto rileva come i ritorni siano un numero inferiore, e così in 20 anni sono state dissipate 97mila risorse umane qualificate. Questa “processione” di giovani che decidono di andare a trovare opportunità d’impego nei Paesi esteri è stata descritta come la “fuga dei cervelli”. Si tratta di una definizione sintetica che però cattura solo una parte delle questioni sottostanti. La realtà è che insiste un insieme di fenomeni convergenti che genera la “fuga”. Un po’ come un iceberg: se ne vede la punta, ma sotto il pelo dell’acqua si cela una massa di ghiaccio. Oltre al fatto che, come dimostra anche una recente ricerca della Fondazione Nord Est, non sono solo i “cervelli” – intesi nel senso di laureati – ad andarsene, ma anche diplomati. E, per converso, tale espressione in qualche modo deprime quei “cervelli” che, invece, decidono di rimanere in Italia. Per qualità, quantità e gravità, sarebbe meglio definire il fenomeno come una “emorragia di risorse” potenziali di cui il Paese si sta privando e che, al momento, non sembra in grado di limitare.