Il dato dell’affluenza, che si è assestato poco sopra il 30%, è un segnale inequivocabile di fallimento. Lo stesso leader della Cgil, Maurizio Landini, ha dichiarato “l’obiettivo fallito”, mentre Elly Schlein pensa alle competizioni personali e conta i voti: “14 milioni, più di quanti ne ha presi Giorgia Meloni alle politiche”. Palliativi di una malattia, l’astensionismo, che non si cura con gli slogan, soprattutto lontano dalle grandi città, dove le urne sono andate praticamente deserte. Il politologo Roberto D’Alimonte, docente di Sistema politico italiano alla LUISS Guido Carli, è stato intervistato dal Foglio e la sua analisi è netta: “Il referendum non funziona più. L’ultima volta che lo strumento ha funzionato era il 2011, sul tema del nucleare, con quorum raggiunto e percentuale di votanti al 57 per cento, sulla scia della paura per l’incidente di Fukushima. Ma - dice il professore - dobbiamo risalire ai referendum del 1995 per trovare una percentuale del 76,7 per cento. Un’era geologica fa, e un dato: in questi trent’anni la partecipazione elettorale è calata sempre di più. La distanza dei cittadini continua a crescere, l’astensionismo anche. In questo quadro ci si domanda: come si fa a mantenere la soglia referendaria al 50 per cento? In questo modo, tra l’altro, si dà un vantaggio strutturale ai sostenitori del no, chiunque essi siano, che così hanno buon gioco nel promuovere il non voto”.
Alessandra Ghisleri, stoccata alla sinistra: perché perdono sempre | Libero Quotidiano.it
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