REGGIO EMILIA - “Italia! Italia! Italia!”: lo scandiscono urlandolo al cielo, le centinaia di bambini assiepati davanti ai cancelli d’ingresso dell’impianto “città del Tricolore”, già più di due ore prima del calcio d’inizio della grottesca e malinconica serata che si regala il calcio italiano, insieme a quello che è (o forse meglio dire dovrebbe essere) il suo simbolo più alto, la Nazionale.
Segno, quei cori, che almeno qualcuno in quella maglia e in quell’azzurro ci crede ancora. Ci ha creduto con passione e convinzione - gliene va dato atto - Luciano Spalletti, che della serata di Reggio Emilia è stato - in parte suo malgrado - l’assoluto protagonista.
Commissario tecnico in panchina con l’esonero già ufficializzato, la risoluzione consensuale già firmata, lo sguardo fisso verso il campo e un gran magone dentro, avrà magari fatto finta di non sentire i fischi (non moltissimi, ma comunque ingenerosi) arrivati dagli spalti quando lo speaker ha pronunciato il suo nome, al momento della lettura delle formazioni.
Ce ne vorrà prima che passi, l’amarezza di Oslo e il dolore dell’addio, per lui, per il nostro calcio, per tutti noi, innamorati ingenui di quella maglia azzurra; sperando poi che l’avvento di Claudio Ranieri porti davvero la svolta auspicata. Ne dubitiamo - ed è bene dirlo subito - perché questo non è solo responsabilità degli uomini se siamo arrivati a questo punto, ma di un sistema che ha marginalizzato e depotenziato la Nazionale, picconandone credibilità e valori tecnici. Ma ovvio, mai sottovalutare il cuore dei campioni - recita l’antico adagio - e Ranieri di certo campione lo è, dentro e fuori dal campo.










