I cinque referendum non hanno raggiunto il quorum. In 28 comuni sparsi da nord a sud, però, il rito del voto resiste. Gli italiani sono stati chiamati alle urne l’8 e il 9 giugno per esprimersi su cinque quesiti referendari: quattro sul tema del lavoro e uno sui requisiti minimi per ottenere la cittadinanza italiana. A livello nazionale, l’affluenza è stata estremamente contenuta, di poco superiore al 30%, confermando la scarsa partecipazione delle scorse elezioni politiche (quando fu inferiore al 50%) e un generale disinteresse per questi temi specifici. Tuttavia, in 28 comuni si è registrata un’affluenza superiore al 50%, rivelando contesti particolari e dinamiche locali che meritano un’attenzione speciale.

Questi comuni mostrano in prevalenza piccole dimensioni demografiche, tranne poche eccezioni. È probabile che nei centri più piccoli la partecipazione civica e il senso di appartenenza alla comunità abbiano favorito il successo dei referendum. Emblematici sono i dati di Rosello, in provincia di Chieti, che guida la classifica con un’affluenza al 66%, seguito da Massello (Torino) al 65%, e Soleminis (Cagliari) al 60%. Numeri molto lontani dalle percentuali nazionali.

Interessanti anche le differenze emerse sul quesito sulla cittadinanza, in cui si votava per abbassare il requisito temporale minimo di permanenza continuativa in Italia, al fine del suo ottenimento, da 10 a 5 anni. A livello nazionale, il “sì” ha prevalso circa 60 a 40, ma in diversi comuni si è registrata una netta inversione di tendenza. Lodine (Nuoro) ha visto un largo trionfo del “sì” con l’83%, risultato simile a quello di Vidracco (Torino), dove il “sì” ha raggiunto addirittura l’84%. Significativo anche il caso di Rosello, che ha registrato il 77% a favore del “sì”. Al contrario, a Sambuco (Cuneo) e Orta Nova (Foggia) il “no” ha prevalso, seppure di misura, con il 53% e il 52% rispettivamente.