Dalla facciata del Metropolitan museum di New York a quella della Galleria Borghese, scrigno di arte rinascimentale e barocca: è il viaggio intrapreso dalle due statue di bronzo che evocano l'immagine di donne africane, cariatidi autonome e libere da pesi a dominare lo spazio con la loro autorità, che introducono il visitatore alla mostra dell'artista keniota Wangechi Mutu, 'Poemi della terra nera', dal 10 giugno fino al 14 settembre ospite della residenza del Cardinal Scipione.

Classe 1972, nata a Nairobi per poi trasferirsi a New York dove completa la sua educazione e dove ora vive e lavora dividendosi fra gli Usa e il Kenya, Wangechi Mutu è la protagonista di una esposizione, curata da Cloé Perrone, che ancora una volta muove dall'interesse del museo per l'arte contemporanea (dopo 'Gesti Universali' di Giuseppe Penone nel 2023 e 'Louise Bourgeois.

L'inconscio della memoria' nel 2024), e per la poesia, con il richiamo al fatto che possa diventare materica. La "terra nera" citata nel titolo, ricca e malleabile sotto la pioggia, quasi come argilla, non a caso è interpretata in polvere di the e caffè fin dall'ingresso con 'Grain of words', citazione di alcuni versi della canzone di Bob Marley 'War', ispirata all'ultimo imperatore d'Etiopia Haile Selassie che chiese parlando nel 1963 alle Nazioni Unite la fine dell'ingiustizia razziale.