Tomira è un nome-matrioska perché racchiude in sé i nomi delle barche che ha avuto Francesco Gandolfi. Salvo il vecchio dinghy in legno che gli regalò il padre per una promozione, che lui successivamente ha ritrovato e acquistato, imbarcazioni che ha condiviso con la moglie Mietta e che sono state contraddistinte dalla firma di un solo progettista, Dick Carter. Di Francesco e Mietta è tuttora il 33’ Rabbit (1965), la barca che insieme a Dorade (1931) di Olin Stephens ha segnato il 20° secolo dello yachting, ma hanno anche avuto un 37’ e un 39’ sempre del designer americano. Oggi, oltre a Rabbit, hanno anche un nuovo Tomira Cubed, un Grand Soleil 44 del Cantiere del Pardo (disegnato da Matteo Polli con Nauta) con il quale abbiamo corso la prima giornata della Loro Piana Giraglia.
Una passione ultracinquantennale
I due armatori - milanesi, trapiantati nel Padovano vicino al loro stabilimento - hanno una bella storia da raccontare. Si sono conosciuti al Centro Velico Caprera, in un passato a cavallo tra la fine degli Anni Sessanta e la prima metà dei Settanta. Si sono sposati e hanno proseguito la vita insieme, inclusa quella velica e professionale, perché si sono trovati anche nell’azienda di famiglia (che Francesco ha avviato con un socio, finché questi non è venuto a mancare), la GF Ovodray, che produce albume d’uovo essiccato, polvere che esporta nel mondo, in particolare nei Paesi dell’Est Europa, e che viene utilizzata nell’industria dolciaria e più in generale alimentare.







