Nell’era della “likecrazia” può finire così, con un confine sempre più sottile tra farsa e tragedia, una barriera di cartapesta tra violenza fatta e violenza autoinflitta, tra coraggio bullesco (prima) e paura bambinesca (poi). Lo dico con franchezza: non mi era piaciuto per niente, dopo il misfatto della prima uscita social (l’aver augurato alla figlia di Giorgia Meloni una sorte simile a quella della povera Martina Carbonaro) la reazione del professor Stefano Addeo, il 65enne docente di tedesco che si era abbandonato a una patetica intervista su Repubblica (ieri mattina) e poi a una lettera strappalacrime alla stessa presidente del Consiglio (ieri pomeriggio).
C’era tutto il repertorio più appiccicoso proprio di certi drammoni italiani: la cieca di Sorrento, la muta di Portici, lo smemorato di Collegno. La cosa era resa peraltro fastidiosamente non credibile perché lo sciagurato era recidivo, avendo precedentemente auspicato per i figli di Matteo Salvini e Antonio Tajani lo stesso destino dei bambini palestinesi.
E la sequenza di risibili scuse messe in fila dal Prof erano perfino imbarazzanti. Materiale francamente offensivo dell’intelligenza di tutti: della nostra e pure della sua. Sintetizzo la prima scusa tratta dall’intervista a Rep: non sono stato io, ma è stata l’intelligenza artificiale. Seconda scusa: sono «animalista» e «vegetariano». Terza scusa: «Accudisco mia madre novantenne». Quarta scusa: «In un incendio due anni fa è morto mio padre». Gran finale: «Abbraccerei Meloni e piangerei con lei». Insomma, la solita farsa per cui pare che tutto in Italia debba finire così, tra mamme anziane, lutti, abbracci e lacrimoni.








