Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 8:00

Al ballottaggio l’8 e il 9 giugno prossimi per l’elezione del sindaco, Lamezia Terme è una cartina di tornasole della volontà politica e popolare di difendere le istituzioni calabresi dalle infiltrazioni mafiose. Lì il Consiglio comunale fu sciolto più volte a causa di condizionamenti criminali in municipio: nel ’91 con una maggioranza Dc-Psi, nel 2002 e nel 2017 sotto la guida del centrodestra.

Parliamo della quarta città più grande della Calabria, con quasi 70mila abitanti, la posizione baricentrica, un aeroporto internazionale e risorse rilevanti, nove famiglie di ’ndrangheta e un allarme piuttosto ignorato: il ritorno sotto elezioni della forza intimidatrice tipica delle cosche, con due incendi notturni di dubbia matrice, uno dietro l’altro.

Lamezia Terme è riflesso della Calabria in cui bene e male coesistono accanto e talvolta convivono in una dimensione di apparenza e ambiguità difficile da focalizzare, quindi da sconfiggere. Da un lato la criminalità organizzata con i propri legami e linguaggi, dall’altro la comunità “Progetto Sud” di don Giacomo Panizza che, insieme ad altre realtà locali e al progetto letterario “Trame”, testimonia che è possibile l’alternativa socioculturale antimafia e che l’economia cresce nella legalità. Nello stesso perimetro urbano vi è la presenza datata di Rom ghettizzati in insediamenti di fortuna come il campo di Scordovillo, in corso di smantellamento a seguito di ricollocazione. Poi esiste tutta un’area di mezzo che include opacità, interessi pesanti, incrostazioni di potere, riverenze o disponibilità rispetto agli apparati criminali.