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Ultimo aggiornamento: 7:55
In questi anni – mentre risultava inesorabile l’usura della diade Stato-Mercato e la politica ridotta a un guscio vuoto – ci consolavamo coltivando l’idea della rifondazione democratica partendo dalla dimensione civica; più maneggevole e con meno vincoli.
Ancora una volta Genova fa da battistrada in uno scarto significativo di tendenza. Ma la direzione è esattamente opposta a quella attesa: l’elezione della sindaca Silvia Salis, importata dall’esterno come un Podestà medievale per superare lo stallo creato dalla disunione del sedicente centro sinistra e scalzare la decennale occupazione degli organigrammi locali del potere da parte di una destra affaristica e bulimica di cemento incarnata dal duo Toti e Bucci.
Mentre i corifei sproloquiavano di rivoluzioni generazionali e si profondevano in omaggi vassallatici gli imbarcati sul carro di un’operazione dalla palese valenza mediatica allestita dalla Ditta in carriera (Salis e consorte, il regista all’orecchio renziano Fausto Brizzi), una prima analisi del pregresso biografico della regina “piovuta ai ranocchi” imponeva lo sgombero di qualsivoglia illusione. Presto confermato dalle dichiarazioni estemporanee della neo-eletta Prima Cittadina di una città ferita dal declino e devastata dagli scandali; in stile salottiero-benpensante-naif alla Maria Antonietta: dalla riedizione del culto reaganiano degli abbienti “perché così qualcosa sgocciola pure sugli altri” (il malfamato trickle down) all’irrisione dell’ambientalismo (con tanti saluti ad AVS: Fratoianni c’eri o dormivi?).








