C’era una volta la Nissan Leaf, la mamma di tutte le elettriche di gran serie, quella che nel 2010 ha detto al mondo: “Sì, si può fare”. Non un prototipo da salone, non un’auto da ricchi eccentrici tipo una McMurtry Spéirling o una Aspark Owl ma una vettura per tutti. E quindici anni dopo, eccola qua, arrivata come se nulla fosse alla terza generazione, dopo una prima volta ricca di personalità (forse anche troppo con quei fari giganteschi e a bolla appoggiati sul cofano) e una seconda probabilmente fin troppo anonima.
In ogni caso nulla ha impedito a questa macchina pioneristica di riprodursi in 700.000 esemplari e fare qualcosa come 28 miliardi di chilometri percorsi a zero emissioni. Insomma un’auto che ha scritto una pagina di storia dell’automobile. Ma la storia, si sa, è una bestia che non si ferma. E così, la nuova Leaf si presenta come un’evoluzione che non rinnega il passato, ma lo riscrive con una penna più audace.
Richard Candler, Vice President Global Product Strategy di Nissan, la descrive come un ponte tra due mondi: quello dei pionieri dell’elettrico e quello di chi, ancora titubante, guarda ai motori a combustione come a un vecchio amico che non si vuole abbandonare. “Volevamo una vettura che fosse attraente per i clienti dell’elettrico, ma anche un’alternativa credibile per chi guida a benzina”, dice. E aggiunge un dettaglio che suona come una sfida: “Un equilibrio tra fascino emotivo e razionalità”. Tradotto: un’auto che ti fa battere il cuore.









