Sono in media 150 le donne che ogni anno muoiono in Italia per mano di un uomo, spesso il marito, il fidanzato o un ex che non si è rassegnato. Sono figlie, sorelle e madri. Hanno famiglie a cui non torneranno, famiglie lasciate sole, che devono misurarsi con il dolore della perdita e al tempo stesso non hanno diritto a un supporto psicologico. Come si fermano i femminicidi e come si possono aiutare queste famiglie? «Bisogna ascoltare le vittime. Dare voce alle donne. E restituire dignità ai familiari», commenta Damiano Rizzi, psicoterapeuta dell’infanzia e adolescenza e presidente dell’Ong Soleterre. «Non si può contrastare un fenomeno strutturale come il femminicidio senza ascoltare chi lo ha subito, chi ha perso una madre, una figlia, una sorella. Le vittime dirette e indirette non sono testimoni muti. Sono portatrici di una conoscenza insostituibile».

È vittima non solo chi muore, ma anche chi resta a fare i conti con il vuoto della morte o con la brutalità della violenza subita. E la vittima per definizione è fragile e ha bisogno di un supporto psicologico, di cui però non ha diritto: «Non è un’opzione accessoria. Non è una prestazione da mercato. È un diritto fondamentale di salute, che deve essere garantito e reso accessibile - prosegue Rizzi -. Nel nostro Paese, persino gli orfani di femminicidio devono pagarsi la psicoterapia. Bambini e adolescenti privati della madre per mano del padre, abbandonati anche dalle istituzioni. È uno scandalo sanitario e politico. Serve un intervento immediato del Ministero della Salute per istituire un fondo nazionale che garantisca presa in carico psicologica gratuita per le donne vittime di violenza e per tutti i familiari dei femminicidi».