La Sicilia è la regione d’Italia dove si leggono meno libri. Avere avuto due premi Nobel per la letteratura come Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo non è servito a invogliare alla lettura un popolo che si è sempre tenuto ben distante dalle biblioteche. Vero è che le suddette biblioteche sono poche e mal distribuite, vero è che 305 comuni non hanno nemmeno una libreria. Ma la scarsa disponibilità di strutture nelle quali acquistare o prendere in presto i libri non basta a giustificare un disamore che ha radici lontane e che segna in qualche modo il carattere di tanti siciliani. Ovvero la totale assenza di desiderio nel porsi domande importanti e l’altrettanto assoluta certezza di avere già le eventuali risposte. D’altra parte, giusto per restare in tema di libri, e per giunta famosissimi e citatissimi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, alla fine de “Il Gattopardo”, definiva perfettamente la presunzione dei siciliani che si ritengono “il sale della Terra”.

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Questa presunzione, che limita le conoscenze e non permette alle menti di aprirsi, è interconnessa con il deficit di lettura. Perché l’idea di leggere un libro nasce, preliminarmente, dalla curiosità, dal desiderio di conoscere qualcosa di ignoto. Chi ha avuto la fortuna di incontrare grandi scrittori, luminari delle scienze e autorevoli economisti avrà notato che sono naturalmente portati a fare tante domande, alcune anche apparentemente banali. Ma questo non deve sorprendere perché l’estensione del proprio sapere è la precondizione del loro lavoro.