di
Aldo Grasso
È finito il mito della Silicon Valley? È finità quell’onda che prometteva un mondo interconnesso e felice, esteticamente impeccabile, politicamente progressista e umanitario? Insomma, sognavamo un mondo bello come un iPhone, racchiuso in un palmo di mano e invece scopriamo che era tutta una favola. Si è spenta la luce. Si è spezzato irreparabilmente quel filo rosso che univa la cultura psichedelica al nascente movimento hacker, influenzando enormemente, per fare solo un nome, il giovane Steve Jobs. Da allora, la carica innovativa della Silicon Valley non si è mai fermata: dai transistor ai primi Mac, dal web agli smartphone, dai social network all’intelligenza artificiale. E adesso? Corrado Formigli e Alberto Nerazzini in «100 minuti» (La7) hanno mostrato l’inchiesta «American Psycho» di Gregorio Romeo, un lungo reportage che indaga il cuore ideologico della trasformazione.
La Silicon Valley non è più un luogo di innovazione ma è diventata un laboratorio di idee estreme, dove si immagina un futuro post-democratico governato da algoritmi, intelligenze artificiali e tecnocrati. Un potere che dialoga sempre più apertamente con l’America trumpiana, come dimostra la parabola di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti. Intanto, aziende un tempo rivoluzionarie come Amazon o Google si sono ormai trasformate in oligopoli accusati di soffocare la concorrenza, mentre le ultime scommesse tecnologiche del metaverso e del web3 si sono rivelate, almeno per il momento, più che altro delle grandi trovate di marketing. Si calcola che negli ultimi due anni almeno 120.000 dipendenti del settore tech hanno perso il lavoro.







