«Il sogno dei Giochi di Cortina c’è, è difficile ma resiste. I medici hanno escluso un altro intervento, quindi l'obiettivo resta nel mirino, diventa meno impossibile anche se la priorità va alla salute». L’energia vitale, la voglia di scalare vette estreme, è da sempre la grande forza di Federica Brignone. E la grande malata dello sci azzurro, la stella costretta a fermarsi per quella brutta caduta in gigante agli Assoluti che ha rovinato il finale di una stagione stellare, pensa positivo. La resa non è nelle sue corde di fuoriclasse. La Coppa del mondo che esibisce con orgoglio è la seconda di una carriera che, anno dopo anno, ha raggiunto cime paragonabili agli Ottomila, dove si arrampicano soltanto gli dei dell’alpinismo. È l’italiana più vincente di sempre in Coppa del Mondo, con 37 vittorie. Ma c'è molto di più. Brignone ha sette trofei in bacheca, cinque medaglie mondiali e tre olimpiche. Federica, cosa le è mancato di più in questi giorni di passione e terapie?«Sono una persona molto indipendente e questo è l’aspetto che mi è mancato di più. Non posso guidare e le prime settimane non potevo nemmeno andare in bagno. Farmi la doccia e lavarmi i capelli è stata una conquista. Mi manca lo sci e anche il surf, non è momento. Devi sempre avere qualcuno che ti assiste anche solo per un caffè. Per due mesi non è stato banale gestire queste emergenze. La mia salvezza è stata la famiglia e poi gli amici, fantastici». Sta reagendo in modo incredibile. Come ha fatto ad accettare così serenamente l’infortunio?«Resto ottimista. Questa è una sfida tosta ma la più bella è stata vincere la coppa del mondo generale. In pochi l’hanno fatto. Non mi sono mai abbattuta, avevo dolore, questo sì, poi ho svoltato. E mi godo la vita anche da infortunata. Non ho mai vissuto sulle nuvole ma ho imparato ancora di più ad apprezzare le cose semplici della vita. E non voglio essere compatita». Come prosegue la riabilitazione?«Bene, ma è molto faticosa dal punto di vista mentale. Devi concentrarti molto. E combattere con la gamba che non vuole fare i movimenti che ha fatto per 35 anni. Finita la riabilitazione, mi dividerò: un po’ a Torino e un po’ a casa. L’intervento è stato tosto, ci sono la parte ossea e quella muscolare da curare. Nessuno sa quanto tempo occorrerà per guarire completamente: vorrei saperlo io per prima, ma il mio è un infortunio particolare». Ha riscoperto Torino? «Sì, mi piace ma mi mancano la natura e la mia montagna. Non farei cambio. Ora in pratica vivo al J Medical. Ho trovato un team preparato e simpatico. Avere persone che ti sorridono è fondamentale».