L’ingresso al J Medical, l’applauso e l’ovazione dello staff, il sorriso contagioso. Federica Brignone è tornata a Torino ieri pomeriggio, nella città in cui ha costruito, in poco più di cento giorni, una parte consistente del miracolo vissuto a Cortina.

Due medaglie d’oro alle Olimpiadi, una in supergigante e una in gigante, vinte quasi con semplicità dieci mesi dopo il gravissimo infortunio che ha coinvolto il suo ginocchio e non solo. Un incidente che aveva seriamente messo in dubbio la carriera, che l’aveva portata a dire «sarà un bene se tornerò a camminare». Invece con determinazione, e con il supporto di uno staff medico di prim’ordine, ha scritto una delle pagine più entusiasmanti della storia dello sport italiano e mondiale.

Ecco perché ieri pomeriggio il suo ritorno al J Medical (dove nel pomeriggio è arrivata anche la collega Marta Bassino) è sembrato più un tributo che un appuntamento per sottoporsi ai test fisici, fondamentali per capire come affrontare il resto della stagione dopo l’exploit a Milano-Cortina. C’è però un lato oscuro ancora da superare: dietro il sorriso mostrato dopo la vittoria c’è la convivenza con il dolore, la sofferenza patita per provare a compiere una vera e propria impresa, ad ogni costo.