Jarvis Cocker ha passato la vita a rimandare, a prendersi il suo tempo. Ma sotto quella lentezza apparente, c’è sempre stata una tensione creativa costante, nata nei sobborghi di Sheffield e cresciuta con l’eco dei Beatles nelle orecchie. Fin da ragazzo sapeva che voleva stare su un palco: non per fama, ma per esistere in modo più pieno, più vero. Così sono nati i Pulp, tra concerti nei pub, paghe in hamburger, e sogni infilati in quaderni a righe. Col tempo, il gruppo ha trovato la sua dimensione: tagliente, lucida e imperfetta. Ma è solo negli ultimi anni che Cocker ha davvero abbassato la guardia. Dopo la morte della madre, la perdita del bassista Steve Mackey e una relazione finita, è arrivata una nuova fase: l’occhialuto cantante ha scoperto che scrivere senza sentimenti non funziona.

Da qui nasce “More”, il primo album dei Pulp dopo ventiquattro anni. Non è un ritorno nostalgico, ma un disco che parla del presente: del tempo che passa, dell’amore che cambia forma, della meraviglia che ci dimentichiamo di provare. C’è il suono di una casa silenziosa, l’odore dei biscotti e delle cose semplici. È un invito a sentirsi vivi, prima che sia tardi. Stavolta Cocker ha smesso di pretendere il controllo, senza rinunciare alla profondità. “More” non è solo un album, è una dichiarazione: siamo ancora qui, possiamo ancora creare, possiamo ancora sentire. E forse è proprio questo il segreto: non smettere di cercare la bellezza, anche quando sembra nascosta. Anche quando sembra finita.