La voce di Gianni, nel corso delle sue ultime telefonate, era come sempre imperiosa, ma ciò non ne limitava in alcun modo la profonda gentilezza. Lui era fatto così: una cortesia esigente e una eleganza rigorosa.

Gianni Francioni, nato a Sassari nel 1950, è morto a Pavia il 19 maggio scorso. Professore emerito di Storia della Filosofia presso l’ateneo pavese, è stato uno studioso di grande qualità, apprezzato a livello internazionale per le sue preziose ricerche sull’illuminismo lombardo e sulle opere gramsciane. Si devono a lui, tra l’altro, l’edizione critica delle opere di Cesare Beccaria e di Pietro Verri e la nuova edizione critica dei Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci.

Un profilo significativo dell’attività didattica e della ricerca scientifica di Francioni è stato tratteggiato con cura puntuale, e affettuosa, da Guido Liguori sul manifesto del 21 maggio: e rimando a quell’articolo per approfondire la fisionomia di questo importante intellettuale italiano.

C’era, in lui, anche una certa quota di “sassareseria”, che può rappresentare – in alcuni casi – l’esatto contrario del provincialismo: piuttosto una sorta di cosmopolitismo, originato da una condizione di insularità capace di incentivare una inquieta proiezione nel mondo, che pure tenga care le proprie radici. Da qui, in particolare, due virtù: quella dell’ironia e dell’autoironia e quella del culto della libertà. Ciò suggerisce una piccola riflessione.