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Da anni in Italia succede una cosa piuttosto eccezionale: la Corte costituzionale chiede sistematicamente al parlamento di fare una legge per regolamentare il suicidio assistito, il parlamento non la fa, e la Corte continua a intervenire con nuove sentenze che volta per volta spiegano con sempre più dettagli come dovrebbe essere regolamentata questa pratica. La Corte sta in sostanza scrivendo un pezzo di legge: «Sta facendo il lavoro sia del parlamento che del governo», dice Irene Pellizzone, costituzionalista dell’università di Milano.

Il suicidio assistito, o morte assistita, è la pratica con cui a certe condizioni ci si autosomministra un farmaco per morire. In Italia è legale dal 2019, proprio grazie a una sentenza della Corte costituzionale, ma da allora né il parlamento né il governo sono mai intervenuti per fare una legge che spieghi come debba funzionare nel concreto, nonostante numerose sollecitazioni da parte della Corte stessa. L’incertezza sul tema ha portato diversi tribunali a chiedere pareri alla Corte costituzionale, che ogni volta che si è espressa ha spiegato meglio come dovrebbe funzionare il suicidio assistito in Italia.

Quello che sta succedendo è eccezionale perché non sarebbe compito della Corte costituzionale. Normalmente le sentenze della Corte si limitano a stabilire se una legge (o una sua parte) sia o meno conforme ai principi della Costituzione, senza andare oltre (in questo caso, la pratica della morte assistita). In altre parole: le sentenze della Corte delimitano il confine di ciò che può essere legale, e sta poi al parlamento fare leggi per regolamentare e dettagliare l’ambito su cui la Corte si è espressa.