Ha passato una vita facendo il paciere. Con l’Onu, con l’Ue, con le missioni internazionali. Lui c’era nel Cile di Pinochet e nella Cambogia dopo Pol Pot, a Sarajevo e a Nassiriya, a Kabul e in Kosovo. S’è visto morire fra le braccia soldati, funzionari, l’amico Sergio Vieira de Mello che faceva l’inviato Onu in Iraq e saltò per un camion-bomba. Sulla sua professione il più famoso peacekeeper italiano, Andrea Angeli, 69 anni, maceratese, ha steso articoli e discorsi e libri. Uno dei pochissimi che facevano la differenza, dicevano di lui. Nell’ultimo memoriale che ha scritto, però, Angeli è andato oltre. Non una resa, ma la consapevolezza d’un limite: quando nemmeno noi caschi blu bastiamo più – fa capire in Fede, ultima speranza (ed. Rubbettino) - ci restano solo i sai bianchi dei frati o le tonache nere delle suore. «Giuro che da buon mangiapreti – ammette Paolo Rumiz nell’introduzione - ai religiosi peacekeeper non avevo mai pensato. E invece ci sono. E non hanno niente in comune con quelli che benedicono i cannoni».
Il giorno dei Peacekeeper e 77 anni di ostinazione per insistere a «fare» la pace
Dal 1948 l'Untso opera in ogni angolo del mondo per conto dell'Onu. L'impegno del maceratese Andrea Angeli e il suo ultimo memoriale






