Al festival di Cannes del 1955, settant’anni fa, Continente perduto era arrivato da perfetto sconosciuto, o quasi. Era il primo lungometraggio diretto dal regista genovese Enrico Gras, un documentario girato in regioni inesplorate della Malesia, dell’Indonesia e del Borneo. Fu proiettato sulla Croisette l’ultima sera del concorso e conquistò tutti con le sue immagini spettacolari in Cinemascope e Ferraniacolor. Vinse il Gran Premio Speciale della Giuria, e si scrisse che non aveva avuto la Palma d’oro solo perché si trattava di un documentario. Quel film divenne così famoso che ne parlò perfino Roland Barthes nei suoi Miti d’oggi, come esempio del concetto di esotismo nella società contemporanea. E nel 1956 tornò su tutti i giornali perché Hiro Hito era andato a vederlo in Giappone con l’intera famiglia: per l’imperatrice Nagako si trattava addirittura della prima volta in una sala cinematografica. Il suo successo internazionale fu tale che lo ribattezzarono Continente perduto, tesoro trovato.
Ma da dove erano sbucati fuori questo film e questo regista? Enrico Gras era nato a Genova, da piazza Manin, nel 1919. Alla morte della madre, andò a vivere dai nonni a Milano, e lì diventò amico di un gruppo di giovani cinefili milanesi: insieme a Luciano Emmer realizzò una serie di documentari d’arte che piacquero molto in Francia, e in particolare ad André Bazin, il nume tutelare della Nouvelle Vague. Finita la guerra, quei film venivano celebrati dagli intellettuali dei cinéclub parigini, ma Gras preferì partire per il Sudamerica, dove si trovava parte della sua famiglia, e lì realizzò alcuni cortometraggi che vennero invitati a Cannes e Venezia, ma restavano comunque prodotti di nicchia. Finché un giorno, mentre si trovava a Lima, incontrò per strada Mario Craveri, il grande direttore della fotografia con cui aveva lavorato nei documentari realizzati con Emmer. E Craveri stava cercando proprio un regista per Continente perduto, il film che stava progettando.







