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Non più di un paio di mesi fa Musk era onnipresente nella politica statunitense: era spesso alla Casa Bianca, mandava lettere intimidatorie ai dipendenti statali, partecipava a campagne elettorali locali e alle riunioni di governo, twittava di argomenti politici centinaia di volte al giorno. Democratici e giornali avevano cominciato a chiamarlo “co-presidente”. Poi la sua presenza alla Casa Bianca è diventata molto più rara, così come la sua partecipazione a incontri internazionali, a eccezione di quelli legati a questioni personali (c’era per esempio all’imboscata di Trump al presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che Musk, nato in Sudafrica, considera un suo nemico personale).
Dopo settimane in cui i media si interrogavano sul perché fosse scomparso da eventi e vicende della politica americana, è stato lo stesso Musk a dare una risposta. In un’intervista data mercoledì a Bloomberg mentre si trovava in Qatar, ha detto di ritenere di «avere fatto abbastanza» per il governo statunitense e per il Partito Repubblicano, e ha annunciato che ridurrà tempo e soldi investiti in politica.
In passato aveva già cambiato più volte idea sul suo livello di coinvolgimento con l’amministrazione Trump, ma questa volta ci sono buone ragioni per ritenere che non andrà così: sono ragioni legate soprattutto alle pessime ripercussioni che ha avuto il suo impegno politico sulle sue aziende, e al fatto che è diventato molto impopolare anche all’interno del governo statunitense e fra gli elettori del suo stesso partito.













